Le Malattie Vascolari

L’IMPATTO DELLE MALATTIE VASCOLARI NELLA POPOLAZIONE

1. VENETO

(dal Servizio Epidemiologico della Regione Veneto; 03_circolatorio.pdf)

1.1. La mortalità per malattie del sistema circolatorio

Introduzione

Le malattie del sistema circolatorio sono le principali cause di morte nei paesi occidentali come l’Italia: quasi il 40% dei decessi avvenuti tra i residenti in Veneto nel 2007 è stato attribuito a queste condizioni morbose (tabella 3.1). I decessi per queste cause avvengono prevalentemente in età elevata: oltre il 90% dopo i 64 anni, oltre l’80% dopo i 74 anni. Peraltro 1.058 decessi si sono verificati in soggetti di età inferiore a 65 anni, prevalentemente di sesso maschile (nel 2000 sono stati 1.332 i decessi sotto i 65 anni di età per malattie del sistema circolatorio).

senza-titolo-1

Confronto per sesso ed età

Nel complesso, nella popolazione femminile si verifica un numero di decessi maggiore rispetto ai maschi, tuttavia i tassi specifici per età sono sempre più elevati nel sesso maschile e cominciano ad assumere un certo rilievo nelle fasce di età dopo i 30 anni per aumentare in modo esponenziale nelle età successive (tabella 3.2).

senza-titolo-1

Andamento temporale

Il numero assoluto di decessi per malattie del sistema circolatorio è in calo dal 2000 al 2007 (-3% circa), a fronte di un graduale invecchiamento della popolazione. Il tasso grezzo di mortalità è in calo in entrambi i generi (figura 3.1). Il trend in diminuzione è ancora più evidente analizzando il tasso standardizzato di mortalità che in pochi anni è passato da 504 a 400 su 100.000 residenti nei maschi e da 337 a 260 su 100.000 residenti nelle femmine (figura 3.2).

senza-titolo-1

 senza-titolo-1

Confronto fra diverse aree della regione

Il tasso standardizzato diretto di mortalità per malattie del sistema circolatorio, calcolato nel periodo 2004-2007, varia da 374 su 100.000 residenti delle Aziende ULSS 15 e 16 a 493 su

100.000 residenti dell’Azienda ULSS 4 nei maschi e da 237 su 100.000 residenti dell’Azienda ULSS 15 a 336 su 100.000 residenti dell’Azienda ULSS 19 nelle femmine (tabella 3.3). I valori più elevati di mortalità per malattie del sistema circolatorio sono registrati in entrambi i sessi in una fascia territoriale che comprende quasi tutta la provincia di Rovigo (Aziende ULSS 18 e 19), e alcuni comuni della bassa padovana (Azienda ULSS 17) e della bassa veronese (Azienda ULSS 21); altre aree in cui la mortalità per malattie del sistema circolatorio è elevata sono la parte montana e pedemontana della provincia di Vicenza (parte dei territori delle Aziende ULSS 3, 4 e 5) e il territorio a Nord-Ovest della provincia di Verona (Azienda ULSS 22). Vi è invece un ampio e densamente popolato territorio della regione, comprendente la parte centro-nord della provincia di Padova (Aziende ULSS 15 e 16), buona parte della provincia di Treviso (soprattutto Azienda ULSS 9 ed in misura minore Aziende ULSS 7 e 8) e l’entroterra veneziano (Azienda ULSS 13) in cui si evidenziano i valori più bassi di mortalità per malattie del sistema circolatorio (figure 3.3 e 3.4).

senza-titolo-1

senza-titolo-1

senza-titolo-1

Confronto con il dato nazionale

I tassi di mortalità per malattie del sistema circolatorio nella popolazione veneta sono tra i più bassi a livello nazionale, sia nei maschi, sia, soprattutto, nelle femmine (figure 3.5 e 3.6). L’andamento temporale della mortalità per malattie del sistema circolatorio è in calo in tutte le aree d’Italia in modo simile; il Veneto mostra un andamento del tutto sovrapponibile con l’unica rilevante differenza rappresentata da valori inferiori rispetto ad altre aree italiane (figure 3.7 e 3.8).

senza-titolo-1

 senza-titolo-1

senza-titolo-1

senza-titolo-1

Le principali malattie del sistema circolatorio sono le cardiopatie ischemiche, le malattie cerebrovascolari, le malattie ipertensive, altre forme di cardiopatia (un gruppo residuale che raccoglie forme eterogenee di condizioni morbose per eziologia, fisiopatologia ed inquadramento nosologico come le malattie reumatiche, i disturbi del circolo polmonare, le malattie valvolari, le cardiomiopatie, le aritmie, l’insufficienza cardiaca, …) e malattie dei vasi (aterosclerosi, disturbi delle arterie, disturbi delle vene e dei vasi linfatici). Le cardiopatie ischemiche e le malattie cerebrovascolari sono le più rilevanti tra le malattie del sistema circolatorio (tabella 3.4).

senza-titolo-1

1.2. La mortalità per malattie ischemiche del cuore

Introduzione

Nel 2007, tra i residenti in Veneto, ogni 7 decessi 1 è causato dalle malattie ischemiche del cuore, una percentuale che è simile sia nei maschi che nelle femmine (tabella 3.5). Come tutte le malattie del sistema circolatorio la maggior parte dei decessi per cardiopatia ischemica si verifica in età anziana; tuttavia 448 decessi si sono verificati prima dei 65 anni di età (nel 2000 sono stati 527).

senza-titolo-1

Confronto per sesso ed età

Le cardiopatie ischemiche sono una condizione morbosa dell’età adulta e anziana: il fenomeno assume un certo rilievo numerico dopo i 40 anni (tabella 3.6). I tassi età-specifici nei maschi sono sempre superiori (fino a 4-5 volte nelle fasce di età inferiori a 75 anni) a quelli delle femmine.

senza-titolo-1

Andamento temporale

Il numero assoluto di decessi per cardiopatie ischemiche dal 2000 al 2007 è aumentato (+836 decessi, +15% circa). Il tasso grezzo di mortalità è sostanzialmente stazionario nei maschi, mentre è in sensibile aumento nelle femmine (figura 3.9). Il tasso standardizzato diretto mostra la tendenza ad un lieve calo nei maschi, mentre per le femmine l’andamento di questo parametro mostra lievi fluttuazioni attorno ad un valore sostanzialmente stabile (figura 3.10).

senza-titolo-1

senza-titolo-1

Confronto fra diverse aree della regione

I valori più bassi di mortalità per cardiopatie ischemiche si registrano nell’Azienda ULSS 15 per i maschi (134 per 100.000 residenti) e nell’Azienda ULSS 5 per le femmine (67 per 100.000 residenti). I livelli più elevati invece si registrano nelle Aziende ULSS 18 (207 per  100.000 residenti nei maschi e 117 per 100.000 residenti nelle femmine) e 19 (200 per 100.000 residenti nei maschi e 124 per 100.000 residenti nelle femmine) (tabella 3.7).

senza-titolo-1

La mortalità per cardiopatia ischemica nei maschi è bassa in una vasta area comprendente gran parte della provincia di Treviso (quasi tutta l’Azienda ULSS 9 e parte delle Aziende ULSS 7 e 8), la parte settentrionale della provincia di Padova (Azienda ULSS 15) e la zona del Sandonatese della provincia di Venezia (Azienda ULSS 10); un’altra area a mortalità particolarmente bassa è nella parte centro-occidentale della provincia di Verona (parte delle Aziende ULSS 20 e 22). Nel sesso femminile si apprezza una maggiore estensione della prima area segnalata che coinvolge anche parte della provincia di Belluno (Aziende ULSS 1 e 2). In entrambi i sessi, i valori più elevati di mortalità per cardiopatia ischemica si concentrano nella provincia di Rovigo estendendosi alle zone di confine tra le province di Padova, Verona e Vicenza e in alcune aree montuose della regione (figure 3.11 e 3.12).

senza-titolo-1

senza-titolo-1

senza-titolo-1

senza-titolo-1

senza-titolo-1

senza-titolo-1

1.3. La mortalità per malattie cerebrovascolari

Introduzione

I decessi per malattie cerebrovascolari nel 2007 tra i residenti in Veneto sono stati 3703, pari all’8,6% del totale dei decessi (tabella 3.8). L’età media al decesso è superiore agli 80 anni sia nei maschi che nelle femmine. Nel 2007 sono stati 166 i decessi per malattie cerebrovascolari sotto i 65 anni di età (nel 2000 sono stati 261).

senza-titolo-1

Confronto per sesso ed età

Il numero assoluto di decessi per malattie cerebrovascolari è nettamente maggiore nelle femmine rispetto ai maschi. Ciò è determinato dal fatto che tali decessi si concentrano nelle età più avanzate (soprattutto oltre i 75 anni), in cui la popolazione femminile è nettamente più numerosa di quella maschile. In effetti, fino ad un’età inferiore, i tassi specifici nei maschi sono superiori rispetto a quelli delle femmine (tabella 3.9).

senza-titolo-1

Andamento temporale

Il numero assoluto di decessi per malattie cerebrovascolari dal 2000 al 2007 è in netta riduzione (-305 decessi, -7,5% circa). Il tasso grezzo di mortalità è in calo in entrambi i generi (figura 3.17). Spicca, in controtendenza e soprattutto nel sesso femminile, il dato del 2003 legato all’anomala ondata di calore. Il tasso standardizzato diretto mostra un notevole decremento sia nei maschi (da 112 a 83 per 100.000 residenti) che nelle femmine (da 85 a 63 per 100.000 residenti) (figura 3.18).

senza-titolo-1

senza-titolo-1

 senza-titolo-1

senza-titolo-1

senza-titolo-1

Confronto con il dato nazionale

Il Veneto è la regione italiana in cui si registrano i più bassi tassi di mortalità per malattie cerebrovascolari, sia nei maschi che nelle femmine (figure 3.21 e 3.22). L’andamento temporale è in calo nel Veneto come nelle altre regioni d’Italia. Nel 2003 (l’ultimo anno disponibile a livello nazionale) si registra un lieve aumento rispetto agli anni precedenti (attorno al 2-3%) sostanzialmente su tutto il territorio nazionale ed in entrambi i sessi: si tratta presumibilmente dell’eccesso di mortalità durante i mesi estivi (figure 3.23 e 3.24).

senza-titolo-1

senza-titolo-1

senza-titolo-1

senza-titolo-12. ITALIA

A cura del Ministero della Salute:

Altre informazioni si possono reperire presso:

Le malattie cardiovascolari costituiscono ancora oggi in Italia uno dei più importanti problemi di salute pubblica: sono tra le principali cause di morbosità, invalidità e mortalità; rientrano in questo gruppo le più frequenti patologie di origine arteriosclerotica, in particolare le malattie ischemiche del cuore (infarto acuto del miocardio e angina pectoris), e le malattie cerebrovascolari (ictus ischemico ed emorragico). Chi sopravvive a una forma acuta diventa un malato cronico con notevoli ripercussioni sulla qualità della vita e sui costi economici e sociali che la società deve affrontare. Le malattie cardiovascolari, inoltre, sono fra i maggiori determinanti delle malattie legate all’invecchiamento, producendo disabilità fisica e disturbi della capacità cognitiva.

Nella fascia di età 35-64 anni, degli eventi fatali il 30-40% muore rapidamente subito dopo l’inizio dei sintomi e prima di arrivare in ospedale. Studi longitudinali hanno evidenziato che circa la metà degli eventi coronarici  è  dovuta  all’angina  pectoris,  che solo raramente è motivo di ricovero. Di qui l’interesse a raccogliere e valutare i dati di mortalità, incidenza, prevalenza e letalità. Un dato rilevante per la salute degli italiani è che negli ultimi 40 anni la mortalità totale si è più che dimezzata (il tasso standardizzato di mortalità totale si è ridotto del 53% tra il 1970 e il 2008) e il contributo dalle malattie cardiovascolari è stato quello che più ha influito sul trend in discesa della mortalità (nello stesso periodo la mortalità per malattie  cardiovascolari  si  è  ridotta  del  63%). Nell’interpretare questi dati non bisogna dimenticare che dal 1970 al 2008 le codifiche dei certificati di morte sono state realizzate con tre differenti versioni della Classificazione  Internazionale  delle  malattie  e  delle cause di morte (ICD-VIII, IX e X). Nonostante  la  frequenza,  queste  malattie sono per la gran parte prevedibili attraverso l’adozione di stili di vita sani, in particolare sana alimentazione, attività fisica regolare e abolizione del fumo di sigaretta; fin dalla giovane età queste abitudini aiutano a ridurre e/o a mantenere la pressione arteriosa,  la  colesterolemia,  la  glicemia  a digiuno e l’indice di massa corporea a livelli  favorevoli.  Così,  parallelamente  al  crescere delle possibilità di trattamento medico e chirurgico della malattia già conclamata, si è venuta affermando la consapevolezza dell’importanza di interventi di tipo preventivo, atti a impedire o ritardare l’insorgenza della malattia stessa.

2.1. Presentazione dei dati: mortalità, incidenza, prevalenza e letalità

Mortalità. I dati di mortalità più aggiornati forniti dall’Istat ed elaborati dall’Ufficio Centrale di Statistica dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) si riferiscono al 2008.

Le malattie del sistema circolatorio causano   224.482   decessi   (97.952   uomini   e 126.530 donne), pari al 38,8%  del  totale dei decessi: una percentuale così elevata è dovuta in  parte  al processo  di  invecchiamento della popolazione e alla scarsa natalità che ha caratterizzato il nostro Paese negli ultimi anni.

Per le malattie ischemiche del cuore (infarto del miocardio, altre forme acute e subacute di cardiopatia ischemica, infarto miocardico pregresso, angina pectoris e altre forme croniche di cardiopatia ischemica) si registrano 75.046 decessi (37.827 uomini e 37.219 donne), pari al 33% circa del totale delle morti per malattie del sistema circolatorio.

Negli uomini la mortalità è trascurabile fino all’età dei 40 anni, emerge fra i 40 e i 50 anni e poi cresce in modo esponenziale con l’età. Nelle donne il fenomeno si manifesta a partire dai 50-60 anni e cresce rapidamente; lo svantaggio degli uomini rispetto alle donne è più accentuato nell’età riproduttiva e tende a ridursi con l’avanzare dell’età. La diversità di frequenza della malattia tra i due sessi si accompagna anche alla diversità delle manifestazioni cliniche: sono infatti più frequenti nelle donne la morte improvvisa, l’infarto silente e l’angina pectoris.

Agli accidenti cerebrovascolari è attribuibile circa il 28% dei decessi dovuti alle malattie del sistema circolatorio: sono stati registrati  63.726  decessi  (25.329  uomini  e 38.397 donne).

L’ictus è un’affezione grave, associata ad alta letalità che, se non fatale, provoca invalidità permanente. Anche questo dato è in parte spiegabile con il fenomeno dell’allungamento della vita media, in quanto le malattie  cerebrovascolari  si  presentano  con maggiore frequenza nelle età più avanzate: i valori più elevati si registrano sia negli uomini sia nelle donne al Sud.

Incidenza. L’incidenza è il numero di nuovi casi di malattia in una popolazione in un periodo di tempo determinato, usualmente un anno. I dati sono ricavati dagli studi longitudinali coinvolti nell’ambito del Progetto CUORE, che hanno arruolato più di 21.000 uomini e donne di 35-74 anni di età a partire dalla metà degli anni Ottanta con follow-up medio di 13 anni.

I tassi evidenziano un’incidenza di eventi coronarici (negli uomini 6,1 per 1.000 per anno con la letalità a 28 giorni del 28%, nelle donne 1,6 per 1.000 per anno con la letalità del 25%) maggiore rispetto a quelli  cerebrovascolari  (negli  uomini  2,7  per 1.000 per anno, nelle donne 1,2 per 1.000 per anno) in entrambi i sessi, eccetto che per l’ultima decade di età nelle donne, in cui vi è una maggiore incidenza di accidenti cerebrovascolari. La letalità  è  alta sia negli uomini (32%) sia nelle donne (35%) e aumenta molto con l’avanzare dell’età (Tabella 2.1).

tabella-2-1

Applicando le stime di incidenza sulla popolazione residente di età 35-74 anni registrata dal Censimento Istat 2001, il numero dei nuovi eventi coronarici (fatali e non fatali) dovrebbe aggirarsi intorno a 80.000 l’anno negli uomini di quella fascia di età e a circa 20.000 l’anno nelle donne; per gli accidenti  cerebrovascolari,  i  nuovi  eventi potrebbero essere intorno a 35.000 negli uomini della stessa fascia di età, 15.000 nelle donne. Nelle stesse coorti del Progetto CUORE si è osservato che persone in età adulta (35-69 anni) con fattori di rischio favorevoli, cioè con pressione arteriosa uguale o inferiore a 120/80 mmHg, colesterolemia totale inferiore a 200 mg/dl, in- dice di massa corporea inferiore a 25 kg/m2, che non fumano, che non hanno il diabete e che non assumono farmaci, sono quelle che in 10 anni si ammalano meno (non sono stati registrati eventi coronarici e cerebrovascolari negli uomini; nelle donne non sono stati registrati eventi cerebrovascolari, solo 2 eventi coronarici). Quelli con rischio sfavorevole, cioè con valori di pressione arteriosa 120-140 e/o 80-90 mmHg, colesterolemia totale 200-240 mg/dl, indice di massa corporea 25-30 kg/m2, che non fumano, non hanno il diabete e non assumono farmaci si ammalano di meno rispetto agli altri che vengono definiti ad alto rischio: negli uomini ad alto rischio il tasso di incidenza per gli eventi coronarici maggiori è 2,8 volte maggiore rispetto a coloro che sono a rischio favorevole o sfavorevole (incidenza alto rischio pari a 6,7 per 1.000 persone in un anno rispetto a 2,4 per 1.000 in quelle non ad alto rischio); nelle donne lo stesso rapporto è circa pari a 2 (incidenza alto rischio pari a 1,8 per 1.000 persone in un anno rispetto a 1,0 per 1.000 in quelle a rischio favorevole o sfavorevole). Per quanto riguarda gli accidenti cerebrovascolari, i risultati sono ancora più evidenti: il rapporto fra il tasso di attacco per coloro che sono ad alto rischio e coloro che sono a rischio favorevole o sfavorevole è 3,5 volte maggiore negli uomini (l’incidenza di rischio elevato è 2,9 per 1.000 persone in un anno rispetto a 0,8 per 1.000 in quelle a rischio favorevole o sfavorevole) e 2,5 volte maggiore nelle donne (incidenza alto rischio pari a 1,6 per 1.000 persone in un anno rispetto a 0,7 per 1.000 in coloro che sono a rischio favorevole o sfavorevole). Sfortunatamente la prevalenza delle persone a rischio favorevole è molto bassa e non supera il 5% della popolazione generale (35-69 anni).

Tasso di attacco e letalità. Il tasso di attacco include sia i nuovi casi di malattia sia le recidive (eventi che occorrono a  soggetti già sopravvissuti a un episodio di malattia); la letalità misura la percentuale di eventi fatali rispetto alla totalità degli eventi; questi indicatori derivano dal Registro Nazionale delle Malattie Cardiovascolari, che include una popolazione di circa 5 milioni di uomini e donne di età 35-74 anni residente in aree al Nord, Centro e Sud del Paese. Sono disponibili dati raccolti nel biennio 1998-1999 e nel 2003, dai quali è stato possibile stimare le variazioni dei tassi di attacco e della letalità. Per gli eventi coronarici il tasso di attacco medio annuo, standardizzato per la popolazione europea, stimato per la fascia di età 35-74 anni è passato negli uomini da 30,4 [intervallo di confidenza (IC) 95% 29,8-31,1] a 29,4 (IC 95% 28,6-30,1) per 10.000 abitanti; nelle donne da 7,7 (IC 95% 7,4-8,0) a 7,4 (IC 95%, 7,1-7,8) per 10.000 abitanti. La letalità negli uomini è scesa dal 26,0% (IC 95% 25,1-27,0) al 23,4% (IC 95% 22,3-24,5); per le donne dal 34,6% (IC 95% 32,6-36,6) è passata al 23,4% (IC 95% 21,2-25,5). Quindi, tra i pazienti colpiti da infarto miocardico acuto circa 3 uomini su 10 e 4 donne su 10 muoiono entro 28 giorni dall’esordio dei sintomi, principalmente fuori dall’ospedale, prima del ricovero.

Per gli eventi cerebrovascolari il tasso di attacco medio annuo, standardizzato per la popolazione europea, stimato per la fascia di età 35-74 anni è passato negli uomini da 21,9  (IC  95%  21,4-22,4)  a  20,7  (IC  95% 20,0-21,3) per 10.000 abitanti; nelle donne da 12,5 (IC 95% 12,1-12,8) a 11,3 (IC 95%, 10,8-11,7) per 10.000 abitanti. La letalità negli  uomini  è  aumentata  dal  14,5% (IC 95% 13,7-15,3) al 15,3% (IC 95% 14,1-16,4); per le donne è salita  dal  17,1% (IC 95% 16,1-18,2) al 18,9% (IC 95% 17,3-20,5). Quindi, tra i pazienti colpiti da accidente cerebrovascolare circa 2 su 10 muoio- no entro 28 giorni dall’esordio dei sintomi. La letalità, nonostante sia inferiore a quella coronarica, appare ancora rilevante e si ac- compagna a una sopravvivenza gravata spesso da pesanti condizioni di invalidità.

Prevalenza. È la frequenza di una malattia o di una condizione a rischio in una popolazione. L’andamento della prevalenza dipende dall’incidenza,  dal  miglioramento dei trattamenti che produce un aumento della sopravvivenza e dall’invecchiamento della popolazione. La  prevalenza  stimata su campioni di popolazione è importante in quanto del totale delle malattie cardiovascolari, in particolare della malattia ischemica del cuore, circa la metà è dovuta a episodi di angina pectoris, che usualmente non ricevono ricovero ospedaliero e pertanto non vengono inclusi nei registri di popolazione cardiovascolari né, tanto meno, nei registri ospedalieri. La malattia cardio-cerebrovascolare colpisce in genere l’età avanzata. I dati esposti (Tabella 2.2) si riferiscono a un esame di un campione casuale della popolazione generale raccolti nella Health  Examination  Survey   attualmente in corso (2008-2012) e confrontati con i corrispondenti dati raccolti tra il 1998 e il 2002 nelle stesse Regioni nell’ambito dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare (Friuli, Molise, Emilia Romagna, Calabria, Basilicata, Piemonte, Sardegna, Lazio, Sicilia).

senza-titolo-1

2.2. Fattori e condizioni a rischio cardiovascolare

Non è possibile delineare un quadro delle malattie cardiovascolari senza tenere conto della distribuzione dei fattori di rischio e della prevalenza delle condizioni a rischio. Sono noti diversi fattori che aumentano nella persona il rischio di sviluppare la malattia e predispongono l’organismo ad ammalarsi. I più importanti sono: abitudine al fumo di sigaretta, diabete, obesità, valori elevati di colesterolemia, ipertensione arteriosa e scarsa attività fisica, oltre a età, sesso e familiarità per evento precoce alla malattia.

L’entità del rischio che ogni persona ha di sviluppare la malattia dipende dalla combinazione dei livelli dei diversi fattori di rischio.

La Tabella 2.3 riporta i dati raccolti in 9 Regioni (Friuli, Molise, Emilia Romagna, Calabria, Basilicata, Piemonte, Sardegna, Lazio, Sicilia) nell’ambito della Health Examination Survey attualmente in corso, relativi alla distribuzione delle condizioni a rischio confrontate con i dati raccolti 10 anni prima nell’ambito dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare, suddividendo la popolazione esaminata in due livelli socioeconomici. I risultati confermano che il livello socioeconomico più basso è quello che risente di più della condizione di disagio, con aumento maggiore dell’obesità e della sindrome metabolica, rispetto a coloro che si trovano nel livello socioeconomico più elevato; è chiaro, inoltre, che nel livello socioeconomico più basso l’abitudine al fumo non si è modificata. L’unico andamento che da questi dati preliminari sembra andare nella direzione favorevole è l’andamento della pressione arteriosa che se confermato dai dati delle altre Regioni vede in  leggera  diminuizione

senza-titolo-1

la pressione arteriosa sistolica e di quella diastolica (circa 3 mmHg nel- la media della popolazione), che deriverebbe non solo dalla percentuale maggiore degli ipertesi trattati adeguatamente, ma anche dall’aumento della prevalenza di persone con pressione arteriosa ≤ 140 e 90 mmHg senza alcun trattamento.

2.3. Spiegazione del trend in discesa della mortalità tra il 1980 e il 2000

In Italia i tassi di mortalità per cardiopatia coronarica hanno avuto un andamento in discesa a partire dalla metà degli anni Settanta, mantenendosi a livelli molto più bassi rispetto ai Paesi del Nord Europa e agli Stati Uniti. Con i dati disponibili di incidenza, prevalenza, consumo di farmaci, trattamenti chirurgici, ricoveri ospedalieri, fattori di rischio, utilizzando il modello IMPACT, è stato valutato l’andamento in discesa della mortalità per cardiopatia coronarica in Italia tra il 1980 e il 2000, identificando la parte  attribuibile  alle  procedure  terapeutiche in fase acuta, in prevenzione primaria e in prevenzione secondaria, e ai cambiamenti dei fattori di rischio nella popolazione dovuti alla modificazione dello stile di vita. La differenza tra i decessi per cardiopatia coronarica osservati e attesi nel 2000 è stata  attribuita,  rispettivamente,  ai  cambiamenti nei trattamenti e nei fattori di rischio nella popolazione.

Dal 1980 i tassi di mortalità coronarica aggiustati per età sono diminuiti da 267,1 a 141,3 per 100.000 abitanti negli uomini e da 161,3 a 78,8 nelle donne di età 25-84 anni, producendo nel 2000 42.930 morti coronariche in meno (24.955 negli uomini, 17.975 nelle donne). Circa il 40% di questa diminuzione è dovuto ai trattamenti specifici, principalmente trattamenti per lo scompenso cardiaco (14%) e terapie in prevenzione secondaria dopo un infarto del miocardio  o una rivascolarizzazione (6%). Circa il 55% è invece dovuto ai cambiamenti nei maggiori fattori di rischio cardiovascolare nella popolazione italiana, principalmente la riduzione della pressione arteriosa (25%) e della colesterolemia totale (23%) [Figura 2.1].

senza-titolo-1

2.4. Valutazione critica

I dati descritti confermano che le malattie cardiovascolari (coronariche e cerebrovascolari) rappresentano ancora un importante problema di salute pubblica, perché continuano ad avere un’alta frequenza, nonostante l’Italia venga considerata un Paese a basso rischio cardiovascolare. Sono comunque fra le malattie sulle quali si conosce di più in termini di reversibilità del rischio, cosa che le rende quindi prevedibili. Sono inoltre le malattie che maggiormente incidono sullo sviluppo delle patologie legate all’invecchiamento (disturbi cognitivi e disabilità).

L’elevata percentuale di persone ipertese, l’alta frequenza del diabete e dell’obesità e l’elevata prevalenza dell’abitudine al fumo sono problemi che vanno affrontati implementando le misure di prevenzione primaria. Interventi rivolti  a semplici  modificazioni degli stili di vita nelle diverse età, anche in quelle avanzate, consentiranno di mantenere nel tempo gli incrementi di aspettativa di vita in buone condizioni di salute registrati negli ultimi anni (l’Italia è fra i Paesi con guadagni di aspettativa di vita più elevati), così come idonee strategie di prevenzione potranno contribuire a ridurre sia i tassi di ospedalizzazione sia i costi per la cura e la riabilitazione.  Laddove  i  fattori  di  rischio modificabili sono particolarmente elevati o, anche se poco elevati singolarmente, complessivamente forniscono un quadro significativamente negativo, si configura un elevato rischio cardiovascolare globale per il quale, oltre agli stili di vita “salvacuore” che diventano imperativi, esistono farmaci, in particolare antipertensivi e ipolipemizzanti, di documentata efficacia preventiva.